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Il problema dell’UE si chiama Germania

Se esiste l'euroscetticismo è colpa della Germania e del suo comportamento irresponsabile

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Seguendo i fatti della politica europea si è sentito molto discutere, in questi tempi di epidemia, della contrapposizione tra il cosiddetto gruppo dei “rigoristi” (Germania, Olanda e compagnia) e l’improbabile asse latino Parigi-Roma-Madrid.

È necessario fare chiarezza su un’organizzazione che non è mai riuscita a mettersi in contatto con i suoi cittadini e soprattutto chiarire le posizioni e i ruoli.

Bisogna innanzitutto chiarire che l’epidemia del coronavirus sta colpendo principalmente paesi come Italia e Spagna i quali, oltre a dover fare i conti con il costo umano del virus, devono anche fare i conti con il costo economico del lockdown, il quale non è esattamente poco salato.

Ne deriva dunque un ulteriore peso messo sulle spalle di paesi che già con difficoltà avevano iniziato a riprendersi dalla crisi del 2008 (e che in alcuni casi non lo avevano ancora fatto). Mentre in paesi come Olanda e Germania, ma anche in altri paesi nordeuropei come la Svezia, il virus ha sì costituito un grave problema a livello economico, ma non abbastanza da mettere a rischio la tenuta stessa delle economie nazionali.

Il dibattito tra questi due mondi, un mondo teutonico dall’economia più reattiva e un mondo latino fortemente in difficoltà, si è svolto nell’unica sede deputata a questo genere di scontri, e cioè nell’ambito delle sedi dell’Unione Europea.

Si è aperta dunque una fase di accesa diatriba tra gli stati cosiddetti “rigoristi”, che vogliono in ogni modo evitare che il conto dell’epidemia venga pagato alla romana, e gli stati come l’Italia e la Spagna (paese, quello iberico, che ricordiamo aver superato l’Italia per casi accertati di diverse decine di migliaia) che invece pretendono che, come è giusto che avvenga tra partner, si paghi tutti insieme per la crisi.

La Francia, da sempre alleato di ferro della Germania nel governo dell’Unione, ha inoltre preso forti posizioni a favore delle istanze italo-spagnole, supportando prima le posizioni italiane sugli eurobond e ultimamente rinnovando il suo impegno sulle spese collettive affermando a inizio mese, tramite il Ministro delle Finanze Le Marie, che non ci sarebbe “niente di peggio per l’Ue che alcuni stati, perché ricchi, ripartano in fretta, mentre altri, perché non possono farlo, inizino con lentezza”: sarebbe la frattura definitiva. “Abbiamo bisogno di recuperare a eguale velocità per permettere coesione, solidarietà, unità dell’Eurozona” ha poi aggiunto Le Marie.

Dello stesso avviso è il ministro degli esteri spagnolo González, che il 22 aprile, nel corso di un’intervista a Politico ha ribadito gli evidenti problemi che un trattamento della crisi tramite prestiti potrebbe avere sulla tenuta dell’Unione Europea, affermando che “i fondi per la ripresa non dovrebbero andare ad aumentare i livelli di debito pubblico”, perché “questo non farebbe altro che esacerbare l’impatto della crisi”.

Queste parole sono state pronunciate prima della riunione dei capi di governo europei di giorno 23, nella quale non si è ancora giunti ad un accordo su come l’Unione debba nei fatti agire per risolvere la crisi.

L’unico indirizzo, in tal senso, è dato dalle parole del commissario Gentiloni, il quale domenica ha affermato che sarà disponibile entro settembre un piano economico da 1.500 miliardi di euro, affermando che i soldi saranno disponibili sia in forma di prestito sia in forma di contributo, confermando la confusione che sembra dominare dentro ai piani alti delle istituzioni europee.

Mentre Sagunto brucia a Roma si discute è il caso di dire.

Ancora una volta l’Unione è ostaggio dei falchi germanici che impediscono l’attuazione di misure che per una volta renderebbero l’Unione uno strumento positivo per gli stati membri e non una prigione a pagamento.

Quello che evidentemente sembra sfuggire ai “rigoristi” è che l’attuale politica economica dell’Unione impedisce un apprezzamento popolare nei confronti del lavoro di Bruxelles, il quale sembra effettivamente puntare alla difesa degli interessi tedeschi. L’Unione viene trattata come una vacca da latte dalla quale solo i teutonici possono attingere, esasperando le situazioni economiche degli altri stati comunitari e impedendo che tutti possano godere dei benefici dello stare in Europa.

Se esiste l’euroscetticismo, se esiste una forte volontà di abbandonare l’Unione Europea, è colpa della Germania e del suo comportamento irresponsabile nei confronti degli stati membri.

I paesi membri hanno creato l’Unione per crescere insieme e sostenersi a vicenda, non per imporre a un continente le decisioni dei tedeschi, e questo è bene che lo comprendano loro per primi, altrimenti la Brexit sarà stata solo la prima di una lunga serie di uscite da un club i cui benefici si fanno sempre più esigui.

Il cambio di rotta non è necessario, è imperativo.

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Umberto Sciabò

Classe 2002, studente con ambizioni da intellettuale, appassionato di storia e filosofia, sovranista europeista, populista elitista, rivoluzionario riformista e amante degli ossimori.

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