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Salvini occupa il Parlamento ma va in aula solo una volta su dieci

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Il leghista non è molto avvezzo al lavoro in aula

L’Italia è un paese strano. L’emergenza coronavirus, a differenza di quanto è accaduto altrove, non ha cementato la nazione e le forze politiche ma al contrario è stata ragione di forti dissidi politici.

Se prima maggioranza e opposizioni non si risparmiavano, oggi pare che non si siano mai combattute con questa forza. Si potrebbe discutere all’infinito delle cause di questa degenerazione del dibattito. Ci si potrebbe chiedere ad esempio se a determinare gli attacchi sguaiati delle opposizioni non sia stata l’impennata dei consensi sul nome di Conte. Ma oggi voglio parlare d’altro.

L’occupazione del Palazzo

Il 29 aprile Matteo Salvini ha annunciato di voler restare a oltranza in Parlamento. Poco importa che poche ore dopo fosse già in diretta a Tg2 Post. La presunta occupazione dell’aula è stata sbandierata ai quattro venti come se si trattasse della presa del Palazzo d’Inverno.

Sarà mai possibile che il leader leghista tratti gli elettori come se fossero dei perfetti imbecilli? Se il virus ha attaccato tanto duramente l’Italia, è per responsabilità della classe politica che ha governato il Paese negli ultimi trenta anni.

Si deve dire con forza: è colpa della classe politica che in silenzio ha distrutto la sanità pubblica. Strumentalizzare la morte di quasi 30.000 persone per attaccare Giuseppe Conte è, quando non ingeneroso, ridicolo.

Salvini e la vecchia politica

Matteo Salvini è figlio di quella classe politica lì. Non occorre neanche ricordare che il leghista ha avuto accesso a una carica pubblica per la prima volta ventotto anni fa, quando è stato eletto consigliere comunale a Milano, e che di seguito è stato parlamentare europeo dal 2004 al 2006, dal 2006 di nuovo consigliere comunale, deputato dal 2008 al 2009 (avendo sostenuto in quell’anno coi suoi voti il governo Berlusconi IV: quello stesso governo ha dato vita, secondo la Fondazione Gimbe, a una delle più grandi stagioni di tagli sulla sanità pubblica), di nuovo eurodeputato dal 2009 al 2014 e poi dal 2014 al 2018, senatore dal 2018.

Quel che c’è di peggio in questa storia è che mentre Salvini urla di voler restare a oltranza in Parlamento, dimentica di ricordare a tutti di non essere molto avvezzo al lavoro in aula. I numeri parlano da sé.

Le presenze in aula

Da quando è stato eletto senatore, il leader leghista ha totalizzato soltanto il 10.02% di presenze, mentre ha riferito di essere in missione addirittura l’89.01% delle volte (fonte Openpolis). Una volta su dieci in aula. Bene ma non benissimo.

In missione, poi, varrebbe a dire impegnato per cause istituzionali: lo prevedono i regolamenti parlamentari come unica deroga all’obbligo di partecipare ai lavori. Il politico in missione ha il vantaggio di incassare comunque la diaria pur non essendo presente in aula. Openpolis ha confrontato i giorni in cui l’ex ministro Salvini risultava essere in missione con l’agenda reale del politico, ed è giunta alla conclusione che «si approfitta delle missioni per nascondere assenze ingiustificate, come per esempio comizi ed eventi elettorali». Ad esempio, il 27 febbraio del 2019 Matteo Salvini risultava in missione ma era in Sardegna a festeggiare il successo della Lega alle elezioni regionali. Il 7 febbraio dello stesso anno risultava ancora in missione, ma era in Abruzzo per presenziare a un evento in sostegno del candidato governatore del centrodestra.

Non occorre neanche ricordare delle sei assenze su sette al Consiglio dell’Unione Europea quando era ministro e in sede comunitaria si discuteva di immigrazione. Non occorre neanche ricordare di quando un suo collega europarlamentare, avendo perso la pazienza dopo l’ennesimo intervento retorico del leghista, ha deciso di metterlo a tacere in eurovisione.

Occorrerebbe invece ricordare a Matteo Salvini e ai suoi elettori che il lavoro si fa in aula. Che non ci si può sempre appellare all’incapacità di altri. E che non si possono nascondere le proprie assenze in aula facendo finta di occupare il Parlamento. Che le bugie hanno sempre le gambe corte.

Isabella Bellini

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