Bonafede non c’entrava niente con la scarcerazione dei boss

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Ieri sera è stato approvato un decreto legge che mette ordine sulle scarcerazioni. Ma non era stato il governo a far uscire i boss fuori di prigione

Nel tempo della post-verità può accadere che ci si distragga. Ma gli attacchi che le opposizioni e buona parte della stampa hanno diretto all’indirizzo del ministro della giustizia Bonafede non sono stati certo figli di una dimenticanza, e tradivano la volontà di alcuni di sfruttare la vicenda in modo strumentale.

Per arrivare a questa conclusione occorre rimettere in fila i fatti. Il 20 aprile il braccio destro del famoso boss Provenzano, detenuto nel carcere di Opera in regime di 41-bis, viene scarcerato e posto agli arresti domiciliari su iniziativa del giudice del tribunale di sorveglianza di Milano.

Il giudice sottolinea che al mafioso sono stati concessi i domiciliari per motivi di salute, “anche tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio”. Nei giorni successivi, altri detenuti prendono la via di casa. Apriti cielo.

L’equivoco nasce proprio da quell’accenno all’emergenza coronavirus in atto. Si insinua che sia direttamente il governo a essere responsabile delle scarcerazioni chiamando in causa il provvedimento Cura Italia, approvato dal Consiglio dei ministri il 17 marzo per far fronte all’emergenza coronavirus.

Nel decreto l’esecutivo ha effettivamente stabilito che per diminuire l’affollamento dei penitenziari i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, potevano farlo agli arresti domiciliari. Ma questa norma, come è facilmente comprensibile, escludeva tutti i mafiosi e a maggior ragione quelli in regime di 41-bis.

Le opposizioni hanno maldestramente cavalcato la vicenda, accostando quel passaggio del Cura Italia alle scarcerazioni dei boss in atto e chiamando in causa addirittura il ministro della giustizia Bonafede. Scarcerazioni che invece arrivano su disposizione dell’autorità giudiziaria, la quale, come in uno stato di diritto è normale che sia, agisce in piena autonomia.

Lo stesso tribunale per la sorveglianza di Milano ha precisato che i domiciliari “sono stati concessi con la normativa ordinaria applicabile a tutti i detenuti, anche condannati per i reati gravissimi, a tutela dei diritti costituzionali alla salute e all’umanità della pena”.

Forse occorre ripeterlo: alcuni boss sono stati posti agli arresti domiciliari, per iniziativa dell’autorità giudiziaria e ovviamente non dell’esecutivo, nel rispetto della normativa ordinaria a tutela dei diritti costituzionali.

Il governo non c’azzecca assolutamente niente e niente hanno a che vedere le scarcerazioni con le norme che il governo in carica ha inteso mettere in campo per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Ciò nonostante ieri sera l’esecutivo, riunito in Consiglio dei ministri, ha inteso mettere in campo un nuovo strumento con l’intento di stringere sulle ultime scarcerazioni.

Dopo quindici giorni dal provvedimento di scarcerazione, il tribunale di sorveglianza dovrà valutare nuovamente la posizione dei detenuti. E dopo la prima valutazione, lo stesso tribunale dovrà verificare, di mese in mese e di concerto con il Procuratore distrettuale antimafia e con il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, la persistenza delle condizioni per la scarcerazione.

Niente “libera tutti”, anzi: è esattamente il contrario. Il governo, che comunque non aveva nessuna responsabilità, è intervenuto a livello normativo rafforzando le procedure e nel pieno rispetto dei valori costituzionali.

Basterà questo a far tacere chi continuamente strumentalizza i fatti per ottenerne un vantaggio politico? Certamente no. Ma i fatti restano e le parole volano.

Isabella Bellini

53 anni, innamoratissima di Roma, 5 stelle.

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