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Recovery fund, il nord Europa vuole prestiti e austerità per i paesi più colpiti dal virus

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Austria, Olanda, Svezia e Danimarca unite nella proposta: niente contributi a fondo perduto e aiuti, cioè prestiti, soltanto se legati a un impegno sulle riforme

In attesa della proposta della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che mercoledì prossimo dovrà presentare il suo progetto di Recovery fund, i paesi del rigore si fanno sentire.

Ieri i quattro paesi rigoristi hanno partorito un documento che mette nero su bianco le proposte dell’asse già denominato “dei paesi frugali”. Austria, Olanda, Danimarca e Svezia sperano così di poter esercitare un ascendente più forte sulla presidente della Commissione e, se possibile, di annacquare il piano di reazione comunitaria alla crisi post-Covid.

Nel documento, la cui stesura era stata anticipata lunedì scorso dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz, si legge che “non possiamo essere d’accordo con qualsiasi strumento o misura che porti alla mutualizzazione del debito o a un significativo aumento del bilancio dell’Unione europea”.

Tradotto: niente reazioni espansive alla crisi e quindi niente contributi a fondo perduto, che certamente peserebbero sul bilancio comune.

Aperture, invece, sulla possibilità di aprire un fondo comune di risposta alla crisi che si innesti nel bilancio comune 2021-2027. Ma si chiede che gli aiuti siano “temporanei e una tantum”. Significativa, a questo proposito, la proposta di istituire “una esplicita “sunset clause” di due anni”, ovvero che nel 2023 venga considerato lo smantellamento del fondo.

Nel documento è scritto anche che “la nostra posizione sul budget della Ue non cambia”. I frugali dunque pretendono che “i contributi nazionali siano limitati e che rimangano valide le correzioni nazionali”: se così non fosse sarebbero costretti a rinunciare agli sconti sui versamenti alle casse comuni che ai quattro paesi tra gli altri sono garantiti.

I quattro paesi insomma bocciano la proposta di stanziare 500 milioni di euro di aiuti a fondo perduto, cioè da non rimborsare, di cui i paesi più colpiti dalla crisi necessitano per uscire dalla recessione.

“Proponiamo di creare un Emergency Recovery Fund basato sull’approccio ‘loans for loans'”, ovvero sui prestiti da restituire: è questa la linea dei rigoristi, che inoltre chiedono all’Unione “un forte impegno alle riforme e al quadro finanziario”, ovvero a un risanamento dei conti pubblici tutto austerità.

Insomma l’Europa muore e i rigoristi non se ne accorgono. Dura la reazione italiana, affidata al ministro per gli Affari europei Enzo Amendola, che sostiene come “una recessione così dura richieda proposte ambiziose e innovative come il Recovery Fund. A rischio ci sono il mercato interno e i suoi benefici per tutti gli europei. Il documento dei Paesi ‘frugali’ è difensivo e inadatto”.

Il ministro conclude spiegando come “serva più coraggio, il 27 maggio, dalla Commissione europea”: linea, questa, che pare essere condivisa dalle forze di maggioranza. Il Pd, per voce di Piero Fassino, dice “no a nuovi vincoli”. Il M5s, neanche a dirlo, si schiera compattamente contro il documento dei paesi del nord. La partita, come detto, si gioca mercoledì. Vedremo mercoledì se la Commissione vorrà segnare la fine dell’Unione o dar vita a un rilancio ambizioso.

Elia Pacelli

Nato qualche giorno prima che arrivasse il terzo millennio e cresciuto quando la fine delle ideologie si è palesata, conosce bene Sanremo, Dio e il calcio ma è in lotta contro le tifoserie e lo stradominio della comunicazione in politica. Attento osservatore di quello che accade a nord del 38° parallelo.

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